Pioggia e lettura sono ben assortite, così ho terminato un libro e adesso vi annoio un pò parlandovene: dunque si tratta di
" La carta e il territorio" di Michel Houllebecq ( Bompiani)
Autore abbastanza detestato dall'establishment intelletual-radical-chic parigino , ma per quanto detestabile scrive bene e sceglie soggetti strani , interessanti: questa è la storia di due artisti, o meglio, di un artista, Jed Martin, e delle varie stagioni creative che attraversa durante l'arco di tutta la sua vita : una vita fatta di pochissimi accadimenti e concentrata sul lavoro artistico; lo scrittore è capace di mostracela, però, con una semplicità anche quella disarmante, con leggerezza, come se anche le scelte artistiche fossero parte dei gesti quotidiani.
Pochi incontri, pochissime relazioni, forse solo tre : il padre, la compagna Olga e lo scrittore stesso. Sì, perche’ Michel Houllebecq è uno dei personaggi del suo stesso romanzo e si rappresenta anche in modo abbastanza impietoso .
Quindi è interessante da leggere per chi si interessa a sua volta d'arte, perche’ descrive analiticamente il lavorio dell'artista figurativo : al tempo stesso, però, contiene anche una critica dura ai meccanismi di valorizzazione capitalistica del mercato dell'arte, ai suoi eccessi, pur non denigrando il lavoro creativo che rimane rappresentato come una passione totalizzante, che isola, che sottrae vita vissuta, ma a cui non c'è alternativa.
Sembra voler dire anche che la vita è cosa molto breve, per certi versi molto insignificante, a volerla guardare da vicino è carica di assurdità, incongruenze e vuoti, deserti relazionali, come se la vita dell'artista fosse l'estremizzazione della solitudine di ognuno, solo che l'artista lo sa e ne è consapevole e non se ne meraviglia, è occupato a fare altro.
Vi dico che è piacevole da leggere , perche’ ritrae le cose con lenta oggettività, senza eccedere mai: credo voglia anche dirci qualche cosa sull'astrazione a cui siamo consegnati
da questo mondo artificiale che ci siamo costruiti; siamo appiattiti come il paesaggio è appiattito su una cartina geografica , privo di vera profondità; ma è la natura selvaggia che torna al centro dell'opera nell'epilogo, come a dire che tutta questa astrazione tecnologica non fa che restituirci agli incubi dell'umanità primordiale, priva di religione e di barriere all'stinto più oscuro..però il tutto scritto in una prosa lenta e lineare, da rendiconto quasi da memorialista seicentesco, attento ai particolari e alle piacevolezze di ciò che descrive, fosse pure il processo di decomposizione di una carcassa di animale abbandonata sotto il sole.
" La carta e il territorio" di Michel Houllebecq ( Bompiani)
Autore abbastanza detestato dall'establishment intelletual-radical-chic parigino , ma per quanto detestabile scrive bene e sceglie soggetti strani , interessanti: questa è la storia di due artisti, o meglio, di un artista, Jed Martin, e delle varie stagioni creative che attraversa durante l'arco di tutta la sua vita : una vita fatta di pochissimi accadimenti e concentrata sul lavoro artistico; lo scrittore è capace di mostracela, però, con una semplicità anche quella disarmante, con leggerezza, come se anche le scelte artistiche fossero parte dei gesti quotidiani.
Pochi incontri, pochissime relazioni, forse solo tre : il padre, la compagna Olga e lo scrittore stesso. Sì, perche’ Michel Houllebecq è uno dei personaggi del suo stesso romanzo e si rappresenta anche in modo abbastanza impietoso .
Quindi è interessante da leggere per chi si interessa a sua volta d'arte, perche’ descrive analiticamente il lavorio dell'artista figurativo : al tempo stesso, però, contiene anche una critica dura ai meccanismi di valorizzazione capitalistica del mercato dell'arte, ai suoi eccessi, pur non denigrando il lavoro creativo che rimane rappresentato come una passione totalizzante, che isola, che sottrae vita vissuta, ma a cui non c'è alternativa.
Sembra voler dire anche che la vita è cosa molto breve, per certi versi molto insignificante, a volerla guardare da vicino è carica di assurdità, incongruenze e vuoti, deserti relazionali, come se la vita dell'artista fosse l'estremizzazione della solitudine di ognuno, solo che l'artista lo sa e ne è consapevole e non se ne meraviglia, è occupato a fare altro.
Vi dico che è piacevole da leggere , perche’ ritrae le cose con lenta oggettività, senza eccedere mai: credo voglia anche dirci qualche cosa sull'astrazione a cui siamo consegnati
da questo mondo artificiale che ci siamo costruiti; siamo appiattiti come il paesaggio è appiattito su una cartina geografica , privo di vera profondità; ma è la natura selvaggia che torna al centro dell'opera nell'epilogo, come a dire che tutta questa astrazione tecnologica non fa che restituirci agli incubi dell'umanità primordiale, priva di religione e di barriere all'stinto più oscuro..però il tutto scritto in una prosa lenta e lineare, da rendiconto quasi da memorialista seicentesco, attento ai particolari e alle piacevolezze di ciò che descrive, fosse pure il processo di decomposizione di una carcassa di animale abbandonata sotto il sole.
